Obesità clinica e preclinica: la nuova definizione

Una donna intorno ai cinquant'anni parla con una nutrizionista in camice chiaro seduta dall'altra parte di una scrivania in legno, con un taccuino aperto, un bicchiere d'acqua e una ciotola di frutta.
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  • Salute e alimentazione

Di Dott.ssa Paola Lemasson – Biologa Nutrizionista | Settembre 2026 | Tempo di lettura: 18 minuti

Risposta rapida: nel gennaio 2025 una Commission internazionale pubblicata su The Lancet Diabetes & Endocrinology, firmata da 58 esperti, ha proposto di distinguere due condizioni oggi raccolte sotto la stessa parola. L’obesità clinica è definita come una malattia cronica e sistemica, in cui l’eccesso di adiposità ha già alterato la funzione di un organo, di un tessuto o la capacità di svolgere le attività quotidiane: la proposta elenca 18 criteri diagnostici per l’adulto e 13 per l’età pediatrica. L’obesità preclinica è invece un eccesso di adiposità con funzione d’organo ancora preservata, che comporta un rischio aumentato ma non è, di per sé, una malattia in atto. Il BMI non viene abolito: viene declassato da criterio diagnostico individuale a strumento di screening. Si tratta di una proposta di consenso, non di una linea guida vincolante, e in Italia non è stata recepita: la linea guida nazionale del 2025 resta strutturata per fasce di BMI.

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Per decenni la diagnosi di obesità è coincisa con un numero: un indice di massa corporea pari o superiore a 30. È una soglia comoda, calcolabile ovunque con una bilancia e un metro, e proprio per questo è diventata il criterio con cui si stimano le prevalenze, si scrivono le linee guida e si decide chi ha accesso a una terapia.

Nel gennaio 2025 una Commission internazionale ha proposto di cambiare impostazione, non abolendo quel numero ma togliendogli il ruolo di criterio diagnostico individuale. La proposta ha aperto un dibattito che a più di un anno e mezzo di distanza è tutt’altro che chiuso, e che vale la pena ricostruire con precisione — anche perché quasi tutto ciò che ne è stato scritto in italiano contiene almeno un’imprecisione.

Una bilancia che segna BMI 31 fra due colonne degli stessi quattro organi: a sinistra verdi con segno di spunta nell’obesità preclinica, a destra segnalati da punti esclamativi nell’obesità clinica.
A parità di indice di massa corporea, ciò che cambia è la funzione degli organi.

Che cosa ha proposto la Lancet Commission

Il documento è firmato da Rubino e colleghi ed è stato pubblicato su The Lancet Diabetes & Endocrinology (Rubino et al., 2025). Vi hanno lavorato 58 esperti di diverse specialità e di diversi Paesi, insieme a persone con esperienza diretta di obesità, attraverso un processo di consenso strutturato in cui ogni affermazione è stata votata e riporta il grado di accordo raggiunto.

Il punto di partenza, votato all’unanimità, è una definizione generale: l’obesità è caratterizzata da un’adiposità eccessiva, con o senza una distribuzione o una funzione anomala del tessuto adiposo. Da qui la Commission separa due condizioni che il BMI da solo non distingue.

La ragione dichiarata di questa separazione è duplice. Da un lato evitare che una persona con eccesso di adiposità e funzione d’organo integra venga trattata come malata; dall’altro evitare il problema opposto, e più diffuso, di una persona già malata che non viene riconosciuta come tale perché il suo indice di massa corporea resta sotto la soglia convenzionale.

Obesità clinica: la definizione e i criteri

L’obesità clinica, nella formulazione votata all’unanimità dalla Commission, è «una malattia cronica, sistemica, caratterizzata da alterazioni della funzione di tessuti, organi o dell’individuo, dovute ad adiposità eccessiva e/o anomala». La diagnosi richiede due elementi: la conferma dell’eccesso di adiposità e, in aggiunta, la prova di una funzione ridotta di un organo o di un tessuto, oppure una limitazione significativa e rapportata all’età delle attività quotidiane di base.

Per rendere operativa questa seconda parte, la Commission elenca 18 criteri diagnostici per l’adulto, distribuiti fra sistema nervoso centrale, vie aeree superiori, apparato respiratorio, apparato cardiovascolare, metabolismo, fegato, rene, vie urinarie, apparato riproduttivo, apparato muscolo-scheletrico e sistema linfatico. Fra questi compaiono le apnee notturne da aumentata resistenza delle vie aeree superiori, la pressione arteriosa elevata, la fibrillazione atriale cronica o ricorrente, lo scompenso cardiaco sia a frazione d’eiezione ridotta sia conservata, l’insieme di iperglicemia, trigliceridi alti e colesterolo HDL basso, la steatosi epatica con fibrosi, la microalbuminuria associata a filtrato glomerulare ridotto, l’incontinenza urinaria cronica, l’anovulazione e la sindrome dell’ovaio policistico, l’ipogonadismo maschile, il dolore cronico e severo di ginocchio o anca con rigidità e ridotta escursione articolare.

Per l’età pediatrica i criteri sono 13 e la lista è diversa, non una versione ridotta di quella dell’adulto: non compaiono scompenso cardiaco, fibrillazione atriale, ipogonadismo o linfedema, mentre entrano tre voci ortopediche proprie dell’età evolutiva — il dolore o le cadute dovuti a piede piatto o disallineamento degli arti, la tibia vara e l’epifisiolisi della testa del femore. Cambia anche la soglia di alcuni criteri condivisi: nell’adulto serve una steatosi con fibrosi, nel bambino bastano gli enzimi epatici alterati; nell’adulto serve microalbuminuria con filtrato ridotto, nel bambino la sola microalbuminuria.

Una precisazione della Commission merita di essere riportata perché contraddice un’equivalenza molto diffusa: obesità clinica non è sinonimo di «obesità metabolicamente non sana». Una persona con segni muscolo-scheletrici o respiratori dovuti all’eccesso di adiposità rientra nella definizione anche con un metabolismo del tutto normale.

Va infine segnalato ciò che la Commission ha deciso di non includere: sui disturbi della sfera psicologica non è stato raggiunto un consenso sul fatto che possano essere causati direttamente dall’obesità, indipendentemente da altri fattori, e per questo non rientrano nei criteri diagnostici di obesità clinica pur essendo riconosciuti come condizioni correlate. È una delle scelte più criticate del documento.

Obesità preclinica: che cosa indica davvero

L’obesità preclinica è definita come uno stato di eccesso di adiposità con funzione degli altri tessuti e organi preservata, che comporta un rischio aumentato di sviluppare obesità clinica e diverse altre malattie croniche non trasmissibili, fra cui il diabete di tipo 2 e le malattie cardiovascolari.

Tre chiarimenti evitano gli errori più frequenti nella lettura di questo termine. Il primo: preclinica non significa sovrappeso, e nemmeno «pre-obesità». Richiede la conferma di un’adiposità di livello obesità, non di un BMI da sovrappeso. Il secondo: non coincide con l’«obesità metabolicamente sana», perché implica la funzione preservata di tutti gli organi potenzialmente coinvolti, non solo di quelli metabolici. Il terzo: la Commission stessa la descrive come una condizione fortemente eterogenea, non come uno stadio ordinato che porta necessariamente al successivo.

Quanto spesso si passi da una categoria all’altra è oggetto di studio recente. In una coorte statunitense di 319.815 persone, su chi partiva da obesità preclinica il 26,0% ha sviluppato obesità clinica in un follow-up mediano di 2,9 anni, con un’incidenza cumulativa del 12,7% a un anno, del 25,7% a tre e del 34,3% a cinque (Yao et al., 2026). Sono dati di una singola coorte e di un periodo breve, ma danno un ordine di grandezza a una categoria che altrimenti resterebbe astratta.

La proposta prevede anche il concetto di remissione: la risoluzione parziale o completa dei segni di disfunzione d’organo, che se mantenuta per almeno sei mesi senza necessità di trattamento farmacologico continuativo può riportare la condizione allo stato preclinico. La Commission precisa che remissione non equivale a guarigione.

Le tre vie previste per confermare l’eccesso di adiposità: la misura diretta del grasso, un indice antropometrico in aggiunta al BMI, oppure due indici antropometrici indipendentemente dal BMI.
Per confermare l’eccesso di adiposità ne basta una delle tre.

Come si conferma l’eccesso di adiposità

Prima di stabilire se l’obesità sia clinica o preclinica, il modello richiede di confermare che vi sia davvero un eccesso di adiposità. La Commission indica tre strade alternative, ciascuna sufficiente da sola:

  1. una misura diretta della massa grassa, per esempio con densitometria a raggi X o bioimpedenziometria;
  2. almeno un criterio antropometrico — circonferenza della vita, rapporto vita-fianchi o rapporto vita-altezza — in aggiunta al BMI;
  3. almeno due criteri antropometrici, indipendentemente dal BMI.

A questa regola si aggiunge una sola eccezione numerica: con un BMI superiore a 40 kg/m² l’eccesso di adiposità può essere ragionevolmente presunto e non serve alcuna conferma ulteriore.

Qui va segnalato con chiarezza un punto su cui la divulgazione ha commesso un errore ricorrente. La Commission non fissa soglie numeriche universali per circonferenza della vita, rapporto vita-fianchi o rapporto vita-altezza: rinvia esplicitamente a metodi e valori soglia validati e appropriati per età, sesso ed etnia o Paese, e ammette che con le conoscenze attuali è difficile raccomandare soglie valide per tutti. I valori che circolano associati al documento provengono da convenzioni preesistenti o dalle scelte operative dei singoli studi che hanno applicato il modello. L’unico numero stabilito dalla Commission è quel BMI superiore a 40.

Confronto fra dieci cerchi: con il solo BMI ne risultano riconosciuti circa la metà, mentre aggiungendo la circonferenza della vita ne vengono riconosciuti molti di più.
Il BMI da solo identifica circa metà delle persone con eccesso di adiposità.

Perché il BMI da solo non basta

Il limite del BMI non è un’opinione recente. Un’analisi su 13.601 adulti aveva già mostrato che, assumendo come riferimento la percentuale di massa grassa, un BMI pari o superiore a 30 identificava correttamente l’eccesso di adiposità nel 36% degli uomini e nel 49% delle donne che lo presentavano, pur sbagliando raramente in senso opposto: la specificità era del 95% negli uomini e del 99% nelle donne (Romero-Corral et al., 2008). In altre parole, chi supera la soglia ha quasi sempre un eccesso di adiposità, ma circa metà di chi ce l’ha non supera la soglia.

Una revisione sistematica con meta-analisi su 31.968 persone ha confermato il quadro: sensibilità aggregata di 0,50 e specificità di 0,90 per le soglie di BMI comunemente usate (Okorodudu et al., 2010). L’accuratezza peggiora con l’età, e nell’intervallo fra 25 e 29,9 il BMI non distingue la massa grassa dalla massa magra in nessuno dei due sessi.

Il rapporto fra circonferenza della vita e statura ha invece una base di letteratura autonoma e più favorevole. Una revisione sistematica di 78 studi ha trovato un’area sotto la curva media di 0,704 per il rapporto vita-altezza, contro 0,693 per la sola circonferenza della vita e 0,671 per il BMI, con un valore di riferimento che nelle diverse popolazioni convergeva intorno a 0,50 (Browning et al., 2010). Un’analisi successiva ha mostrato che il 35% delle persone classificate come «non a rischio aumentato» da una matrice basata su BMI e circonferenza della vita aveva in realtà un rapporto vita-altezza pari o superiore a 0,5, con fattori di rischio cardiometabolico significativamente più alti (Ashwell e Gibson, 2016).

È lo stesso terreno su cui si colloca il tema dell’obesità normopeso, cioè l’eccesso di massa grassa in persone con indice di massa corporea nella norma. Anche qui, però, serve una sfumatura: in una coorte di 121.586 persone il rischio risultava concentrato nel sottogruppo metabolicamente non sano — con odds aumentate per cardiopatia ischemica, infarto miocardico e mortalità — mentre il sottogruppo metabolicamente sano non mostrava differenze significative su quegli esiti (Johnson et al., 2026). L’adiposità a BMI normale non è quindi uniformemente pericolosa.

Quanto cambiano i numeri applicando il modello

Applicare il modello a popolazioni reali produce spostamenti notevoli, e molto diversi fra loro. Nello UK Biobank, su 436.751 adulti, la prevalenza di obesità passava dal 23,92% definita dal BMI al 67,58% con i nuovi criteri, di cui il 62,70% classificato come obesità clinica; 173.698 persone con BMI non rientrante nella definizione di obesità soddisfacevano comunque i criteri di obesità clinica, con rischi aumentati di diabete di tipo 2, steatosi epatica, insufficienza renale e scompenso cardiaco (Liu et al., 2026).

Negli Stati Uniti, su 60.506 adulti seguiti attraverso undici cicli di rilevazione, la prevalenza standardizzata per età di obesità clinica è quasi raddoppiata fra il 1999 e il 2023, dal 14,3% al 26,6%, mentre l’obesità preclinica è cresciuta molto più lentamente, dal 17,1% al 20,6% (Zeng et al., 2026). In Messico, su un campione nazionale, l’obesità preclinica risultava al 30,9% e quella clinica al 19,6%, e fra chi aveva obesità clinica il 23,2% stava sotto la soglia convenzionale di 30 kg/m² (Delgado-Lara et al., 2026). In età pediatrica, su 5.513 bambini e adolescenti statunitensi, la somma delle due categorie — 8,3% preclinica e 12,5% clinica — è risultata sostanzialmente sovrapponibile al 22% circa ottenuto con il solo percentile di BMI (Chaudhary et al., 2026).

Questa variabilità non è un dettaglio: dipende in larga parte dalle soglie antropometriche che ciascun gruppo sceglie, dal momento che la Commission non le fissa. Un’analisi su circa 411.000 persone ha quantificato l’effetto: combinando il BMI con parametri diversi di distribuzione del grasso, circa il 50% dei soggetti veniva riclassificato (Hagemann et al., 2026).

Le critiche e i modelli concorrenti

La proposta non è rimasta senza obiezioni, e riportarle non è un esercizio di equilibrio formale: sono obiezioni che riguardano la sua applicabilità.

La più rilevante viene dagli stessi autori dell’analisi sullo UK Biobank: i framework alternativi hanno migliorato solo modestamente la capacità di discriminare alcuni esiti, e la performance predittiva è rimasta sostanzialmente comparabile a quella della classificazione basata sul BMI (Liu et al., 2026). Il modello identifica un sottogruppo clinicamente rilevante che il BMI non vedeva, ma non prevede meglio chi si ammalerà. Un gruppo indipendente ha pubblicato che la sola circonferenza della vita resta un predittore migliore dell’insulino-resistenza rispetto alla definizione di obesità clinica del 2025 (Chew et al., 2025).

Una rassegna critica ha inoltre segnalato l’assenza di strumenti di screening standardizzati, il rischio di inconsistenza diagnostica e la possibilità di un ritardo terapeutico per le persone classificate come precliniche — un rischio considerato particolarmente rilevante in età pediatrica, dove un intervento tardivo pesa di più (Mancini et al., 2026). Altri hanno criticato l’esclusione degli aspetti psicologici e sociali dal concetto di obesità clinica, osservando che sono spesso i principali ostacoli alla qualità della vita (Kalra et al., 2025).

Va infine ricordato che non esiste una sola proposta. Quattro mesi prima della Commission, nel settembre 2024, la European Association for the Study of Obesity aveva pubblicato un framework diagnostico e di stadiazione diverso (Busetto et al., 2024), e l’Edmonton Obesity Staging System resta in uso e classifica le persone in modo divergente, soprattutto negli stadi iniziali. Il dibattito è aperto fra almeno tre modelli, non chiuso attorno a uno.

Un effetto pratico è già misurabile. Su 2.316 pazienti candidati a chirurgia bariatrico-metabolica in quattro centri di Regno Unito, Spagna, Francia e Brasile, il 73,8% aveva obesità clinica e il 26,2% obesità preclinica, con un BMI medio simile nei due gruppi (Cremona et al., 2026). Se la nuova definizione diventasse criterio di accesso, più di un quarto degli attuali candidati ricadrebbe nella categoria «preclinica», con conseguenze possibili sull’eleggibilità e sul rimborso.

Che cosa vale oggi in Italia

È la domanda più concreta, ed è quella con la risposta più netta. La linea guida nazionale sulla diagnosi e la terapia dell’obesità nella popolazione adulta, promossa dalla Società Italiana dell’Obesità con decine di società scientifiche e pubblicata nel Sistema Nazionale Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità nel settembre 2025, non utilizza i termini «obesità clinica» e «obesità preclinica». Cita il documento della Commission in bibliografia, a sostegno dell’affermazione che indici antropometrici diversi dal BMI diagnosticano l’obesità in modo più accurato, ma resta interamente strutturata per fasce di indice di massa corporea.

La raccomandazione operativa italiana è più prudente e più semplice: nelle persone con BMI compreso fra 25 e 34,9 kg/m² si raccomanda di utilizzare, oltre al BMI, ulteriori indici antropometrici, fra cui la circonferenza della vita, per migliorare la diagnosi e la stadiazione del rischio. È una raccomandazione forte a favore dell’intervento, ma — e la linea guida lo dichiara — basata su una qualità delle prove molto bassa.

In Italia, quindi, il BMI resta il criterio operativo di diagnosi e di accesso alle terapie. La proposta della Commission è oggi un riferimento culturale e di ricerca, non una regola applicata negli ambulatori.

Che cosa non si può affermare

  • Non si può dire che «l’obesità è stata ridefinita». Il documento è una Commission, cioè una dichiarazione di consenso di esperti: non è una linea guida clinica, non è vincolante e non ha valore normativo. La formula corretta è che una Commission internazionale ha proposto una nuova definizione.
  • Non si può attribuire alla Commission soglie numeriche di circonferenza della vita o di rapporto vita-altezza. Il documento rinvia a valori validati per età, sesso ed etnia e ammette la difficoltà di raccomandarne di universali.
  • Non si può dire che il nuovo modello predica la malattia meglio del BMI. Nel confronto più ampio disponibile la performance predittiva è risultata sostanzialmente comparabile.
  • Non si può citare una prevalenza come «la» prevalenza. La Commission stessa dichiara all’unanimità che la prevalenza di obesità clinica e il tasso di progressione da preclinica a clinica sono attualmente sconosciuti, e le stime pubblicate variano dal 19,6% al 62,70% a seconda della popolazione e delle soglie adottate.
  • Non si può dire che il modello sia validato in età pediatrica. Gli stessi autori degli studi pediatrici dichiarano che non lo è e che la sua applicazione risulta difficile con i dati raccolti di routine.
  • Non si può dire che il recepimento clinico sia avvenuto. In Italia la linea guida nazionale del 2025 non adotta la distinzione.
  • Non si può leggere «obesità preclinica» come «tutto a posto». La Commission le attribuisce un rischio aumentato e raccomanda counselling e accesso equo alle cure quando necessario.

Che cosa cambia concretamente

Al di là dell’esito del dibattito, il modello contiene un’indicazione pratica che non dipende dal suo recepimento formale: un numero solo non basta a descrivere la situazione di una persona. Affiancare al peso e all’altezza la circonferenza della vita, e a queste la lettura degli esami che raccontano la funzione degli organi, dà un quadro che nessuna delle due informazioni fornisce da sola.

Ne discende anche un cambio di prospettiva sull’obiettivo. Se ciò che definisce la malattia è la funzione degli organi, allora il risultato di un percorso non si misura soltanto sul numero della bilancia, ma sui segni che quel numero accompagna: la pressione, il profilo lipidico, la glicemia, la qualità del sonno, il dolore articolare, la capacità di muoversi. È la stessa logica che guida, per esempio, l’approccio alla dieta in menopausa e alla sindrome metabolica. È peraltro la stessa direzione in cui si muove la ricerca sulla qualità del dimagrimento e sul mantenimento della massa magra durante il calo di peso.

Per chi si trova a leggere un referto o a iniziare un percorso nutrizionale per sovrappeso e obesità, la ricaduta più utile è una domanda in più da porre al proprio medico: non solo quale sia l’indice di massa corporea, ma se vi siano segni che quell’eccesso di adiposità stia già interferendo con la funzione di qualche organo. È esattamente la distinzione che la Commission ha provato a mettere per iscritto.

FAQ: Domande frequenti

Che cos’è l’obesità clinica?

Secondo la definizione proposta dalla Lancet Commission nel 2025, l’obesità clinica è una malattia cronica e sistemica caratterizzata da alterazioni della funzione di tessuti, organi o dell’individuo, dovute ad adiposità eccessiva o anomala. Per diagnosticarla servono la conferma dell’eccesso di adiposità e, in aggiunta, la presenza di almeno un segno di disfunzione d’organo oppure una limitazione significativa delle attività quotidiane di base.

Che cos’è l’obesità preclinica?

È un eccesso di adiposità in cui la funzione degli altri tessuti e organi risulta ancora preservata. Non è una malattia in atto, ma comporta un rischio aumentato di sviluppare obesità clinica e altre malattie croniche. Non va confusa con il sovrappeso: richiede la conferma di un’adiposità di livello obesità.

Il BMI non si usa più?

Il BMI non viene abolito. La Commission ne propone un uso diverso: strumento di screening e misura di rischio a livello di popolazione, non criterio diagnostico sul singolo individuo. Resta esplicitamente definito uno strumento di screening prezioso, e in Italia resta il criterio operativo con cui si diagnostica l’obesità e si accede alle terapie.

Si può avere un’obesità clinica con un indice di massa corporea normale?

Sì, secondo il modello proposto. Nello UK Biobank oltre 170.000 persone con BMI non classificato come obesità soddisfacevano i criteri di obesità clinica; in un campione nazionale messicano il 23,2% di chi aveva obesità clinica stava sotto la soglia di 30 kg/m². È la ragione principale per cui la Commission propone di affiancare al BMI almeno un indicatore della distribuzione del grasso.

Quali sono i criteri diagnostici di obesità clinica?

La Commission elenca 18 criteri per l’adulto e 13 per l’età pediatrica, che riguardano la funzione di sistema nervoso centrale, vie aeree, apparato respiratorio, cuore e vasi, metabolismo, fegato, rene, vie urinarie, apparato riproduttivo, apparato muscolo-scheletrico e sistema linfatico, più la limitazione delle attività quotidiane di base. Ne basta uno, associato alla conferma dell’eccesso di adiposità.

La nuova definizione è già in vigore in Italia?

No. La linea guida nazionale sulla diagnosi e la terapia dell’obesità nell’adulto, pubblicata nel Sistema Nazionale Linee Guida nel settembre 2025, non utilizza i termini «obesità clinica» e «obesità preclinica» e resta organizzata per fasce di indice di massa corporea. Raccomanda però di affiancare al BMI altri indici antropometrici, fra cui la circonferenza della vita, nelle persone con BMI fra 25 e 34,9 kg/m².

Obesità clinica e obesità metabolicamente non sana sono la stessa cosa?

No, e la Commission lo precisa espressamente. L’obesità clinica comprende anche quadri in cui la disfunzione riguarda organi diversi da quelli metabolici: una persona con apnee notturne o con dolore articolare invalidante dovuti all’eccesso di adiposità rientra nella definizione anche con glicemia, lipidi e pressione nella norma.

Perché alcuni ricercatori sono critici verso questa proposta?

Le obiezioni principali sono quattro: la capacità di prevedere le malattie future non risulta migliore di quella del BMI; mancano strumenti di screening standardizzati e le soglie antropometriche non sono fissate, con il rischio di classificazioni incoerenti; la categoria «preclinica» potrebbe essere usata per ritardare l’accesso alle cure, specie nei più giovani; gli aspetti psicologici e sociali restano fuori dalla definizione.

Conclusioni

La proposta della Lancet Commission sposta la diagnosi di obesità da una misura di dimensione a una valutazione di funzione. È un cambiamento concettualmente solido, che riconosce una realtà nota da tempo: fra due persone con lo stesso indice di massa corporea, una può avere già una compromissione d’organo e l’altra no.

Le obiezioni che ha raccolto non riguardano quel principio, ma la sua traduzione pratica: l’assenza di soglie condivise, la sostanziale parità di capacità predittiva rispetto al BMI, la mancata validazione in età pediatrica e il rischio che l’etichetta «preclinica» venga usata per rimandare un intervento. Sono critiche che la ricerca dei prossimi anni dovrà sciogliere.

Nel frattempo, in Italia il quadro normativo e clinico resta quello del BMI, integrato dalla circonferenza della vita nelle fasce intermedie. Ciò che si può portare a casa fin d’ora è più semplice della controversia che lo circonda: un numero solo non descrive una persona, e la domanda utile non è soltanto quanto pesi, ma se e dove quel peso stia già lasciando un segno.

Bibliografia Scientifica di Riferimento

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Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere del medico o del professionista sanitario di riferimento. La distinzione fra obesità clinica e preclinica qui descritta è una proposta di consenso scientifico, non un criterio diagnostico in vigore: ogni valutazione sulla presenza di una disfunzione d’organo e sul percorso di cura spetta al medico.

Dott.ssa Paola Lemasson — Biologa Nutrizionista, iscritta all’Ordine Nazionale dei Biologi n. 080865. Studio in Via Palazzo di Giustizia 14/b, Biella.